domenica, ottobre 25, 2009
 
Close your eyes and make believe
you can do whatever you please

E' la seconda volta che vedo un concerto a Londra. I Sonic Youth li ho già visti più volte, ma nella capitale del Regno Unito tutto ha un'altra prospettiva. C'è sempre un tale fermento musicale che avrei avuto ogni sera l'imbarazzo della scelta su quale gruppo andare a vedere. Tuttavia abbiamo optato per le certezze affettive.
L'HMV Forum si trova alla fermata della metro dopo Camden. E' una sorta di ampio teatro, simile al vecchio Palladium. Bagarini ovunque, a testimonianza che su alcune questioni, tutto il mondo è paese.

Cinque minuti prima dell'inizio del concerto, un tizio non identificato, che crediamo abbia a che fare con Q (non so a che livello Q c'entrasse con la serata e non me ne frega granché) annuncia: "Fra 5 minuti suoneranno i Sonic Youth". Non viene smentito dai fatti: gli americani alle 21 sono sul palco. Al basso abbiamo Mark Ibold, ex Pavement.
"Sacred Trickster" in apertura; il loro ultimo disco, The Eternal, è l'ennesima dimostrazione di come si possa invecchiare dignitosamente. Non sarà tra i migliori dischi del 2009, ma rimane godibile. Oltretutto dal vivo i pezzi guadagnano notevolmente in potenza espressiva.
Non mi ero informato su scalette del tour. Così quando il quarto brano è un'ottima "Stereo Sanctify" sono ben felice; assieme a "Walkin' Blue" e "Poison Arrow" si chiude la prima parte del concerto piuttosto movimentata.
"Anti-Orgasm" viene dedicata da Thurston Moore al pubblico molto caloroso, così come il posto, ormai bollente. Entriamo così nella seconda parte dell'esibizione, più riflessiva forse, dove al contrario rispetto alla prima, le trame chitarristiche saranno più tenui, in alternanza con gli scatti esplosivi dei classici. Abbiamo quindi "Hey Joni" con Lee Ranaldo sempre più bianco e sempre spettacolare; "White Cross" demolisce ogni cosa all'interno del Forum. Nel mezzo "Antenna", uno degli episodi migliori del loro ultimo lavoro assieme a "Massage the History" con la quale i Sonic Youth escono la prima volta; la sempre splendida Kim Gordon alla voce, mentre Moore imbraccia un'insolita (per lui) chitarra acustica.

La band tornerà sul palco per ben due volte dando fondo a ripescaggi grandiosi. Ripartono con "Tom Violence" e proseguono con "'Cross the breeze", la mia preferita di sempre; un regalo da cantare dall'inizio alla fine.
La conclusione è affidata a "Death Valley '69" dove le voci di Kim, Lee e Thurston si uniscono per i fuochi d'artificio finali.

Foto:
  

Video:
- Stereo Sanctify
- Anti-Orgasm
- Antenna
- White Cross
- Tom Violence
- 'Cross the breeze
- Death Valley '69
scritto da SigurRoS | 23:16 | commenti (2)


mercoledì, ottobre 07, 2009
 

Eveline


Seduta alla finestra, guardava la sera calare sulla via, con la testa piegata contro le tendine, e alle narici un odore di cotonina polverosa. Era stanca.

Per strada solo pochi passanti. L’uomo che abitava in fondo alla via stava rientrando: ne udì i passi risonare sul marciapiede di cemento e poi scricchiolare sul sentiero di detriti davanti alle nuove case rosse. Una volta lì c’era un prato dove loro erano soliti giocare ogni pomeriggio assieme ai figli dei vicini. Poi un tizio di Belfast se lo comprò e vi costruì sopra delle case: non come le loro, piccole e scure, ma dai mattoni vivaci e i tetti risplendenti. Ci giocavano tutti i bambini della via, in quel prato: i Devine, i Water, i Dunn, il piccolo Keogh lo zoppo, lei, i suoi fratelli e le sue sorelle. Tutti, tranne Ernest, che non giocava mai perché era troppo grande. Spesso veniva suo padre a cacciarli via col suo bastone di pruno; ma in genere c’era il piccolo Keogh che faceva il palo e lanciava un urlo quando lo vedeva arrivare. Eppure le sembrava che fossero stati felici all’epoca. Suo padre non era ancora diventato cattivo e, quel che più conta, sua madre era ancora viva. Ma erano passati tanti anni, i fratelli e le sorelle erano cresciuti; la madre era morta. Anche Tizzie Dunn era morta e i Water erano tornati in Inghilterra. Tutto cambia. Eppure lei ora stava per andarsene via come gli altri da quella casa.

La sua casa! Si guardò intorno nella stanza, ripassando con lo sguardo tutte le cose famigliari che aveva spolverato ogni settimana per tanti anni, domandandosi ogni volta da dove diamine venisse tutta quella polvere. Forse non avrebbe mai più rivisto quelle cose da cui non aveva mai pensato di doversi separare. E dire che in tutti quegli anni non aveva mai scoperto il nome del prete la cui fotografia ingiallita pendeva dal muro, sopra l’armonium rotto, accanto alla stampa a colori dei voti fatti alla beata Margherita Maria Alacoque. Era stato un compagno di scuola del padre e ogni volta che questi mostrava la fotografia a un ospite, era solito accompagnare il gesto con parole un po’ distratte:

“Si trova a Melbourne, adesso”.

Lei aveva acconsentito ad andarsene, ad abbandonare la sua casa. Era stata una saggia decisione? Cercò di soppesare ogni aspetto della questione. Comunque fosse, lì in casa cibo e alloggio le erano assicurati, così come la presenza di coloro che conosceva da una vita. Certo, doveva lavorar sodo, sia in casa che fuori. Ma cosa avrebbero detto di lei ai Magazzini, sapendo che se n’era andata con un uomo? Che era una sciocca, forse; e avrebbero messo un annuncio per sostituirla. Miss Gavan sarebbe stata contenta. Aveva sempre qualcosa da rimproverarle, soprattutto in presenza dei clienti.

“Signorina Hill, non vi siete accorta che queste signore stanno aspettando?”

“Un po’ di brio, signorina Hill, per favore.”

No, lacrime per quel lavoro non ne avrebbe versate, andandosene.

E in una casa nuova, lontano, in un paese sconosciuto, sarebbe stato tutto diverso. Lei, Eveline, sarebbe stata una donna sposata, e la gente le avrebbe portato rispetto. Non sarebbe stata trattata come sua madre. Ancora adesso, a diciannove anni compiuti, temeva a volte di finire sotto le violenze del padre. Sapeva che erano state proprio quelle a farle venire le palpitazioni. Quando erano ancora piccoli, lui non si sfogava mai su di lei come su Harry e Ernest, perché era una femmina; ma più avanti negli anni aveva cominciato a minacciarla, dicendole che era solo per rispetto della madre morta che non le dava il fatto suo. E ora non aveva nessuno che la proteggesse. Ernest era morto e Harry faceva il decoratore di chiese ed era quasi sempre in giro per il paese. E era poi oltremodo esausta di tutte quelle discussioni per i soldi che immancabilmente si verificavano ogni sabato sera. Metteva in famiglia l’intero stipendio – sette scellini – e Harry spediva sempre tutto quello che poteva, ma il problema era poi di scucirli al padre, i soldi. Le diceva che era una spendacciona, una ragazza senza testa, e che non aveva certo intenzione di darle il denaro che lui s’era guadagnato col sudore della fronte perché lei lo andasse a spendere in giro per le strade; questo e altro le diceva, dato che era spesso di cattivo umore, il sabato sera. Alla fine però glielo dava, domandandole se per caso non riuscisse a farci saltar fuori anche qual cosina per il pranzo della domenica. Sicché le toccava poi di uscir in fretta a fare un po’ di spesa, stringendo in mano il borsellino di pelle nera mentre si faceva largo a gomitate tra la folla, per poi rincasare più tardi, piena di provviste. Era una faticaccia tener dietro alla casa e badare a che i due fratellini a lei affidati andassero regolarmente a scuola e regolarmente mangiassero. Era una gran fatica, una vitaccia, ma ora che stava per abbandonarla, non le sembrava nemmeno tanto indesiderabile.

Era sul punto d’iniziare un altro tipo di vita assieme a Frank. Frank era molto gentile, forte e generoso. Se ne sarebbe andata col battello della sera assieme a lui per diventare sua moglie e vivere insieme a Buenos Aires, dove c’era una casa ad attenderla. Come era ancora vivo in lei il ricordo della prima volta che lo aveva visto! Allora lui abitava in una casa sulla via principale dove lei andava spesso. Sembravano passate solo poche settimane da quel giorno. Lui era al cancello, il berretto con la visiera tirato all’indietro e i capelli che gli ricadevano sul volto abbronzato. Poi si erano conosciuti. Lui andava a prenderla ogni sera all’uscita dai Magazzini e l’accompagnava a casa. L’aveva portata anche a vedere La ragazza di Boemia ed era stato emozionante per lei stargli seduta accanto, a teatro, in posti a cui non era abituata. Frank aveva una grande passione per la musica e a volte canticchiava. In giro si sapeva che fra loro era nata un’amicizia e, quando lui intonava la canzone della fanciulla innamorata del marinaio, lei sentiva un piacevole imbarazzo. La chiamava scherzosamente “Piccioncina mia”. All’inizio era eccitata all’idea di avere un compagno, poi aveva preso a volergli bene. Lui raccontava storie di paesi lontani. Aveva cominciato come mozzo a una sterlina al mese, su una nave della Allan Line diretta in Canada. E le diceva i nomi delle navi sulle quali era stato imbarcato e dei diversi servizi che aveva svolto. Era passato per lo Stretto di Magellano e le raccontava storie sui terribili abitatori della Patagonia. A Buenos Aires aveva fatto fortuna ed era tornato nella sua vecchia patria solo per una vacanza. Il padre di Eveline aveva scoperto tutto, naturalmente, e le aveva proibito di aver a che fare con lui.

“Li conosco io, i marinai,” aveva detto.

Un giorno il padre aveva litigato con Frank, e da allora lei aveva dovuto vederlo di nascosto.

Il buio s’era ormai infittito sulla via. Pian piano anche il biancore delle due lettere che teneva in grembo era andato scurendosi. Una era per Harry, l’altra per il padre. Il suo prediletto era stato Ernest, ma pure a Harry voleva bene. Aveva notato che il padre negli ultimi tempi era invecchiato; gli sarebbe senza dubbio mancata. A volte sapeva essere carino. Un giorno che lei era dovuta stare a letto, qualche tempo prima, si era messo a leggerle una storia di fantasmi e le aveva abbrustolito delle fette di pane sul fuoco. Un altro giorno, quando ancora era viva la madre, erano andati tutti insieme a fare un picnic sulla collina di Howth e ricordava che il padre si era messo il cappellino della mamma per  far ridere i bambini.

L’ora stava ormai per arrivare, ma lei continuava a starsene seduta alla finestra, con la testa appoggiata alla tenda, respirando l’odore polveroso della cotonina. Dalla via di sotto giungeva il suono lontano di un organetto. Era una melodia che conosceva. Strano che venisse proprio quella sera a ricordarle della promessa fatta alla madre di tenere unita la famiglia il più a lungo possibile. Le veniva in mente l’ultima notte di sua madre malata; si rivide nella stanza buia opposta all’anticamera, lì accanto, con le note malinconiche di un’aria italiana che veniva da fuori. Avevano dato una monetina al musicante per farlo andar via e ricordava che il padre se n’era tornato impettito nella camera della madre dicendo:

“Maledetti italiani! Fin qui arrivano!”

Mentre rifletteva, la pietosa visione della vita della madre, una vita di piccoli sacrifici conclusasi con la pazzia finale, gettò una specie di malia sulla parte più viva del suo essere. Fu scossa da tremore nell’udire di nuovo la voce della madre ripetere con folle ostinazione:

“Derevaun Seraun! Derevaun Seraun!”

Balzò in piedi, colta da un improvviso moto di terrore. Fuggire! Questo doveva fare! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la forza di vivere, e anche l’amore, forse. Ma più d’ogni altra cosa era vivere che voleva. Perché essere infelice? Aspirare alla felicità era un suo diritto. Frank l’avrebbe accolta fra le braccia, stringendola tutta. E l’avrebbe salvata.

Era alla stazione di North Wall, in mezzo alla folla ondeggiante. Frank la teneva per mano e lei lo sentiva parlare. Le ripeteva continuamente qualcosa sulla traversata. La stazione era piena di soldati con scuri bagagli. Attraverso le ampie arcate, colse di sfuggita la forma nera e voluminosa della nave, con gli oblò illuminati, ormeggiata accanto al muretto della banchina. Lei non rispondeva. Si sentiva le guance pallide e fredde e, in preda a una convulsa disperazione, pregò Dio che la guardasse, indicandole ciò che era suo dovere fare. Nella foschia salì dalla nave un lungo e lamentoso fischio di sirena. Se fosse partita, l’indomani sarebbe stata in mare con Frank, diretta a Buenos Aires. I posti erano stati prenotati. Come avrebbe potuto tirarsi indietro dopo tutto quello che lui aveva fatto per lei? La disperazione le provocò un senso di nausea e continuò a muovere le labbra in una silenziosa e fervida preghiera.

Il suono di una campana la colpì nel cuore. Si sentì prendere la mano.

“Vieni!”

I mari di tutto il mondo le si riversarono in cuore e lui ve la stava trascinando dentro: per annegarla. Si aggrappò con entrambe le mani alla sbarra del parapetto.

“Vieni!”

No! No! No! Le era impossibile. Le sue mani strinsero la sbarra di ferro in modo forsennato. Là in mezzo ai mari mando fuori un grido di angoscia.

“Eveline! Piccola!”

Frank si precipitò oltre i cancelli, chiamandola perché lo seguisse. Gli urlarono di proseguire, ma lui continuò a chiamarla. Lei lo fissava con la faccia pallida, inerte, come quella di un animale sperduto. Dai suoi occhi non veniva nessun segno d’amore, né d’addio, né di coscienza.

₁ Storpiatura di una frase gaelica cui è possibile dare i seguenti due significati: “il fine del piacere è il dolore” e “la fine del canto è una delirante follia”.

(James Joyce - Gente di Dublino)

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scritto da SigurRoS | 20:22 | commenti (3)


venerdì, settembre 25, 2009
 
NA NA NA NA..

Disclaimer: questo è un post ANCHE autoreferenziale

E a chi gli chiede come mai proprio “Creep”, risponde: “la considero una delle più belle musiche degli ultimi 15 anni, è così intensa e struggente che mi è venuta voglia di interpretarla con un testo mio”.


La notizia si sapeva da qualche settimana e già questa non era piacevole. Vasco Rossi coverizza "Creep"  dei Radiohead nel suo prossimo singolo "Ad ogni costo". Abbiamo avuto giorni e giorni per prepararci psicologicamente all'impatto di questa canzone. Eppure, il risultato va oltre ogni possibile immaginazione (negativa).

Creep è un pezzo di 17 anni fa. Il grande successo, soprattutto americano, di questo singolo rischiò di travolgere i Radiohead, che all'epoca erano stati proposti (erroneamente, è evidente) un po' come la risposta brit ai Nirvana.
Ovviamente la mia scoperta di Creep è avvenuta qualche anno dopo, quando avevo 14 anni. Nell'estate '97 io e Daniele passavamo tempo davanti a The Box, canale dove si votavano video a pagamento. Questi video passavano a rotazione. Fra questi, "Paranoid Android", che annunciava l'uscita di Ok Computer.
In pochissimo tempo l'interesse per questi Radiohead cresce, e uno si documenta un minimo le orecchie, comprando anche gli album precedenti, seguendo qualche speciale decente sulla nascente MTV Italia.

Creep faceva parte del passato dei Radiohead. Un passato dove c'era anche The Bends, amato tanto e consumato. Un passato a cui tuttavia non davo grande peso, visto quanto fosse abbagliante il presente e quanto lo sarebbe stato poi il futuro della band di Oxford. Il video di Creep, è banale, scarno: loro che suonano. I capolavori visivi successivi, già attiravano maggiormente la mia attenzione. Nonostante questo Creep, rimaneva per la sua immediatezza adolescenziale. Quando ancora si faceva qualche cassetta, Creep era il punto d'inizio delle cassette sui Radiohead. Senza se e senza ma.
Loro stessi tennero "nascosta" Creep nei concerti di quegli anni, stufi di essere identificati solo con quella canzone. Ci vorranno anni, perchè Thom Yorke e soci superino questo complesso. Così, in uno splendido concerto ad Oxford del 7 luglio 2001, Creep venne rieseguita.

Gli elementi che compongono questo inno generazionale degli anni 90 sono: un testo dove emerge un senso di inadeguatezza e di impossibilità (amorosa) espresso in maniera chiara; la chitarra di Greenwood che interviene: si dice che egli ritenesse la parte musicale un po' "piatta". Il suo tentativo di dare una scossa, contribuisce ad aumentare il senso di urgenza espressiva; la voce di Yorke vola alto, altissimo.

Oggi tutto questo è stato violentato dal "rocker di Zocca". Ho sempre odiato a morte Vasco Rossi. Da giovane avevo anche fondato una sorta di club denominato "VascoMerdaProject": cazzeggi di un nerd adolescente. Ma forse ci avevo visto lungo.

Tutto lo spirito dell'originale, nella cover svanisce: un testo che è un banalissimo inno al "riuscire sempre", della serie "in un modo o nell'altro ce la si fa"; un'esecuzione musicale ineccepibile, ben prodotta sicuramente, ma dove ogni urgenza va a farsi fottere; la voce è quella di un vecchio stronzo con la raucedine.
Eppure i fan di Vasco Rossi canteranno in massa questo pezzo, nel prossimo tour che riempirà spazi indoor, in un "tour più intimo". I grandissimi fan di Vasco, quelli che riempivano di bottiglie i gruppi che precedevano il loro mito all'Heineken; quelli che al concerto del Primo Maggio hanno urlato "VASCO VASCO!" per tutto il tempo. Quell'abominevole "NA NA NA NA" riempirà le loro bocche, perchè questo si meritano. Del resto siamo il paese del po-po-po. Siamo il paese dove i testi di Vasco vengono anche usati nei manifesti per le primarie di un partito. Non saranno questi i mali principali dell'Italia, ma contribuiscono al mio schifo e sdegno.

La chiusura è per gli snob, quelli che devono sempre fare la voce fuori dal coro; quelli che "vabbè, che ti aspettavi"; quelli che "chissà quanto ci hanno preso i Radiohead, dandogli i diritti"; quelli che "fans di Vasco e Radiohead, sono la stessa cosa".
Per loro, ma anche no, ecco una serie di versioni di Creep, eseguite solo dai Radiohead. Perchè quando si sentono certe schifezze, ci si rende conto di quanto sia magnifica l'originale. Anche se, magari, non se ne sentisse poi tanto il bisogno.

Radiohead - Creep
Radiohead - Creep (acustica, da My iron lung EP)
Radiohead - Creep (live @ South Park, Oxford, 7 Luglio 2001)
scritto da SigurRoS | 12:43 | commenti (13)


sabato, settembre 12, 2009
 
Dio come piove alla stazione di Piacenza

Il Circolo degli Artisti riapre per me (l'8 c'erano i Dinosaur Jr, evitati causa esame), con due cantautori che, per quel che mi riguarda, sono già due certezze: Dente e The Niro.
Un pubblico numeroso fa la fila continua per il biglietto. C'era da aspettarselo: c'è molta curiosità per il fenomeno Dente, di cui ci si è accorti da poco (grazie web); The Niro gioca in casa, nella Capitale ha un nutrito pubblico.
Il primo a salire sul palco è Giuseppe Peveri (Dente) con la sua band di amici. L'avevamo già visto in quel di Arsoli, alla Festa della Birra. Il cantautore di Fidenza conferma le sue incredibili doti come intrattenitore e animale da palcoscenico. Ad ogni canzone c'è un intermezzo, dove Dente parla, spiega improvvisando, cioè dicendo cazzate. C'è molta interazione anche con il pubblico. Qualcuno urla "Felicità", lui risponde "Intendi la canzone o il sentimento?"; poi aggiunge "Felicità non ne ho da dare". Si potrebbero raccontare mille aneddoti del genere sulle sue esibizioni; vi rimandiamo a due link di youtube (Link 1 e Link 2).
Il fatto che sia così istrionico non deve far passare in secondo piano la proposta musicale: un cantautorato in italiano, semplice ma non banale, melodico e raffinato. Testi (auto)ironici, disincantati, ma anche romantici.
"Stella" apre il concerto un po' in sordina, anche se contribuisce da subito a creare un'atmosfera magica. Alcuni suoi brani ("Baby building", "Vieni a vivere", "A me piace lei") sembrano essere ormai dei tormentoni per il pubblico, che li canta producendo un discreto effetto-coro. Il culmine di quest'emozione collettiva viene raggiunto nella coda di "Buon appetito" e le sue parole amarissime ripetute all'infinito ("quando fai la spesa cosa comperi? / di che colore hai colorato i mobili? / vorrei non sapere più nemmeno dove abiti"). A chiudere il concerto è "Quel mazzolino", una canzone "contro il sistema... operativo, da cantare quando si blocca il pc" che viene infine ribattezzata "CTRL + ALT + CANC".
Dopo averlo visto come spalla di improbabili coverband ad Arsoli e dopo averlo visto aprire per The Niro, auspichiamo che gli sia data una serata tutta per lui. Perchè se lo merita e ce lo meritiamo anche noi.

The Niro regala sicuramente un live con sonorità più rock, di respiro internazionale, non solo per l'inglese. La sua voce è da brividi: accostandolo ai grandi, Jeff Buckley su tutti, si rischia di fargli un torto e farlo passare per derivativo. Ma il ragazzo ha grande talento. Di poche parole, rispetto a Dente, ma non importa. Non stiamo qui a far confronti su due proposte abbastanza differenti, per fortuna. "Just for a bit", il singolo "Liar" (passato spesso nelle radio, qualche mese fa) e "You think you are" spiccano alla grande.
Muovo una critica personalissima circa la direzione che The Niro potrebbe prendere in futuro: in un contesto acustico una voce come la sua si esalterebbe ancor di più; non è solo l'estensione, ma anche l'espressività a poterglielo permettere. La cover di "Summertime" che viene eseguita verso la fine del concerto, ne è una prova.
Viste le ottime basi, attendiamo un suo nuovo disco.

Fuori dal circolo, il solito mondo radical chic romano, con vari artisti o presunti tali a chiacchierare del nulla. Torniamo a casa.

Foto: (per gentilissima concessione di Stefano Cavaliere)




Video:
- Dente - Quel mazzolino
scritto da SigurRoS | 22:26 | commenti (1)


sabato, luglio 25, 2009
 
New paths to Helicon

I Mogwai tornano in Italia e dopo essere passati a Firenze è la volta di Roma. I concerti nella Cavea dell'Auditorium iniziano sempre abbastanza presto e anche questo non fa' eccezione. Poco dopo le 21, quando le luci del giorno stanno ancora calando, gli scozzesi salgono sul palco e i ritardatari si affrettano a sedersi. Su bright light, Stuart prima dello show aveva dichiarato che avevano un limite di 90 decibel, probabilmente imposto dal Comune di Roma. A posteriori, credo che sia stato ampiamente sforato.
Si inizia subito con "Helicon 1" e sono già spiazzato, visto che di solito la eseguono verso la fine. E' subito commozione a freddo quindi. Un'estasi di cui non si può godere appieno da seduti. Già, benchè l'acustica dell'Auditorium sia impeccabile e l'ascolto ne giova sicuramente, io penso che il sognare ad occhi aperti che la musica dei Mogwai provoca, sia qualcosa che vada gustato in piedi. Il pubblico non inizia nel migliore dei modi: urla e applausi coprono il tenerissimo finale di Helicon 1 e mi fanno temere il peggio. Per fortuna non sarà così. Questo per fare le pulci a una notte magnifica, dove il Ponentino è molto malandrino (pure troppo) e dona tregua alla tipica afa estiva romana.
Il secondo brano  "I'm Jim Morrison, I'm Dead", fa da apertura al loro ultimo disco e nella versione live l'apertura della seconda metà lascia a bocca aperta.
Le prime note accennano il pezzo successivo e sono incredulo: "Christmas steps", finalmente lei. In tutti questi anni mai mi era capitato di sentirla ai loro concerti. Siamo a tre pezzi e già è tempo di bilanci e soddisfazione. Dovrebbe bastare questo a rendere l'idea.
"Scotland's shame" riporta un attimo la calma, chiedendo in cambio la melanconia. "Friend of the night" e il pensiero corre a Roberto.
La seconda parte dell'esibizione ha come protagonista il vocoder. Prima ci si accartoccia su "Killing all the flies". Poi ci si riconcilia con l'adolescenza in "2 rights make 1 wrong", la canzone con la quale venni a contatto la prima volta con loro.
Prima dell'encore "Batcat" devasta la platea. Lo stordimento è definitivo con "Mogwai fear Satan" e la batteria che incede durante gli oltre dieci minuti di questa fantastica suite, mentre le chitarre si rincorrono a vicenda in una specie di gara che si conclude con un abbraccio onirico (per non dire sognante guarda che me tocca fa'..).
Gli applausi sono scroscianti, anche da parte dei classici personaggi dell'Auditorium: gente che prende un pacchetto di concerti in abbonamento e va a vederli così, tanto per. Magari a qualcuno di loro verrà in mente di approfondire. Noi per fortuna, già sappiamo.

Foto:
Non ne ho fatte, ma andate su flickr e ne troverete.
Video:
- Helicon 1
- I'm Jim Morrison, I'm dead
- Christmas Steps
- Scotland's Shame
- Friend of the night
- Auto rock
- I Love You, I'm Going To Blow Up Your School
- Killing all the flies
- 2 rights make 1 wrong
- Batcat
- Hunted by a freak
- Mogwai fear Satan
scritto da SigurRoS | 01:57 | commenti (3)


lunedì, maggio 18, 2009
 
We will not retreat: this band is unstoppable!

Finalmente venne il giorno. Torno su questo blog per scrivere dell'esibizione dei 65daysofstatic. Anni di attesa per il gruppo che sta dando una nuova chiave di lettura al post-rock, sporcandolo con influenze elettroniche ai limiti della tecno.
Gli organizzatori avevano avvisato di arrivare puntuali, per non rischiare di rimanere fuori. In effetti senza prevendita erano in molti a temere. Per l'inizio dei romani La Calle Mojada c'è già un discreto numero di persone, nonostante siano "soltanto" le 22. In circa mezz'ora ci deliziano con il loro shoegaze delicato. Riescono a catturare l'attenzione, nonostante l'attesa spasmodica per il gruppo principale.

Per l'inizio dei 65daysofstatic l'Init esplode di gente, come raramente mi era capitato di vedere (ai Liars, soprattutto). Il gruppo di Sheffield inizia dalle derive prese negli ultimi tempi, dove è l'elettronica cafona ad essere presente maggiormente. Arriva presto "Retreat! retreat!" a riportare tutto sui binari che ci aspettavamo. E' il pezzo scatenante, che accoppiato a "Await Rescue" infuoca definitivamente la serata.
L'energia dirompente del quartetto travolge il pubblico. Non avevo mai visto gente ballare a un concerto post-rock. Qualcuno potrebbe obiettare che le loro movenze invasate siano un po' da poser. Ma se si suona quel tipo di musica è tutto perdonabile, anzi. Si è totalmente coinvolti nelle loro evoluzioni, nella loro foga vorticosa. Volendo fare le pulci, i volumi delle chitarre erano bassi rispetto al resto. Pecche trascurabili, rispetto alla mostruosità del batterista, ai divini accordi di pianoforte di "Radio Protector", altro brano che si aspettava al varco.
In una scaletta che ricalca abbastanza il loro disco live uscito di recente, ci sono mancanze che tuttavia vengono dimenticate anche da noi. Nel contesto di sconfinata intensità emotiva, canzoni che su disco ritenevo minori vengono riscoperte e adorate: "Primer" e "Fix the sky a little" su tutte.
La coda del concerto torna all'elettronica cafona. Il ritorno sul palco per acclamazione si conclude con "AOD" che ci lascia impietriti, coi lucciconi agli occhi. Il miglior concerto dell'anno, finora.

Foto: (le trovate tutte qui)
    
Video:
- Piano fights
- Primer
- Radio Protector + DB  e intro di A Failsafe

P.s.
Chi è stato ai concerti italiani avrà notato che sono stati suonati alcuni brani sconosciuti, o inediti. Cercando su youtube, confrontando con le abbreviazioni della scaletta, ho trovato alcune cose di un live a Glasgow.
- WK4
- TD
- CBLS
scritto da SigurRoS | 13:50 | commenti (2)


sabato, aprile 04, 2009
 
Mr Obama! Mr Obama! AHO NEGRO E GIRATE N'ATTIMO!

Questa mattina ero alla manifestazione della CGIL. Un'immensa scampagnata a grande partecipazione. Vedendo tutta questa gente che era accorsa da ogni parte d'Italia, la domanda era: "Ma su queste basi, come può invece esserci Berlusconi al governo?". Cosa succede nelle cabine elettorali a questa gente? Ok, non v'è corrispondenza fra sindacato e partiti politici, lo sappiamo.
Una partecipazione così numerosa a una manifestazione dovrebbe far riflettere la sinistra. La sinistra che dovrebbe avere la forza dei numeri, la forza dei lavoratori. Una sinistra che ha smesso di essere fra le persone, senza tutelare davvero gli interessi del popolo. Preoccupati sempre a distinguersi in partitini del cazzo, mentre l'altra parte con proposte populiste scippava voti di intere classi lavoratrici. Una sinistra che ha smesso di essere sinistra (banale, lo so).

L'interrogativo delle prime righe mi è rimasto anche quando me ne sono tornato a casa. Poi uno guarda i giornali e la risposta arriva. L'Italia è degnamente rappresentata da quell'essere. Sono anni che fa figure di merda internazionali in ogni occasione. E quando uno vede i video, con la gente che gli ride dietro, è ancora peggio della semplice notizia.
L'ultima nella tregiorni di gaffes continue è  Erdogan: "Ci ha rassicurato Barack" Il Cavaliere: "E' merito mio". Goffo tentativo di giustificarsi, quando invece dopo la sua telefonata la Turchia aveva confermato il veto a Rasmussen. Ora manca che faccia a gara a chi ce l'ha più lungo. Probabilmente mentre sto scrivendo uscirà l'ansa corrispondente alla mia fantasia. Ci ha dimostrato negli anni che non c'è mai limite alla sua assenza di buon gusto.
E gli italiani se lo meritano, perchè sono come lui. Quelli che stanno al cellulare nelle situazioni più incredibili (durante il minuto di silenzio per la commemorazione dei morti, che in Italia dura 15 secondi); quelli che fanno casino nella solennità; quelli che fanno a gara a prendersi meriti non propri. Quegli italiani che all'estero sono considerati dei "buffi stupidi cosi", tutti allegri, che vanno compatiti perchè non sono civilizzati.
Bisogna indignarsi sempre, anche se ormai siamo assuefatti a tutto. E distinguere l'indignazione dallo snobbismo. Perchè al "Io non sono così" dovrebbe seguire anche un "cerchiamo che meno persone siano così". C'è bisogno di una profonda "rieducazione" della società civile, semmai questa sia stata educata.
Sempre utopici siamo qua.
scritto da SigurRoS | 18:22 | commenti (1)


sabato, marzo 28, 2009
 
"See how we come
slowly undone
on days like this
we're not so young"


Dopo un lungo periodo di assenza da questa pagina dovuto a motivi vari e poco interessanti, mi sembrava doveroso tornare per parlare del concerto di Barzin.
Oltre all'esibizione del cantante canadese-iraniano l'evento speciale è la venuta nella Capitale di un noto blogger ormai perso nella socialità e nei presenzialismi più mondani.
Ad innaugurare la serata sul palco dell'Init sono i Sea Dweller, di cui abbiamo già parlato da queste parti. Parole sempre positive, nei loro riguardi. Novità visibili rispetto a quando li abbiamo lasciati: l'uso di una tastiera in due brani e il batterista nuovo, che da qualche live è già presente nel gruppo. Si confermano dunque come un'ottima realtà e alcuni pezzi nuovi denotano una certa evoluzione. In bilico fra dilatazioni e ritmo, elementi apparentemente in contrasto, che nel loro caso risultano vincenti.
Dopo di loro è la volta dei Blessed Child Opera. Non avevo aspettative per loro e anche dopo il loro set non ne ho. Per carità, nessuno dice che facciano schifo. Tuttavia l'accostamento in questa serata non mi è sembrato azzeccatissimo. Fanno il loro compitino, niente di più, prestandosi ad un ascolto distratto, perchè se ci avessi messo attenzione sarei ancora alla ricerca delle mie palle. Non c'è uno spunto che mi abbia colpito, ahimè. La gente sbadiglia, mentre alcuni accaniti fan danzano, persi nelle fini trame musicali.

Barzin fa il suo ingresso con la band a mezzanotte passata. Le atmosfere sognanti (ahah) e maliconiche del cantautore dal vivo prendono una piega tenue, senza mai rischiare di essere soporifere.
Chi l'ha apprezzato soltanto nella sua ultima uscita potrebbe rimanere deluso dalla scaletta, che inizia con "Let's go driving" e prosegue con "Past all concerns", tratti da precedenti album. Quelli proposti da Notes to an absent lover alla fine saranno solo tre, come altrettanti saranno gli inediti. Barzin stesso ironizza sul fatto che sia in tour in Europa per promuovere un disco che non suona poi tanto dal vivo. L'ironia accompagna tutti i momenti tra un pezzo e l'altro durante i quali Barzin si rivela un intrattenitore gradevole.
"Queen Jane" era attesa al varco e viene eseguita alla grande, così come "Lost".
Per più di un'ora, la delicatezza sarà l'elemento distintivo che è possibile cogliere in molti particolari; negli arrangiamenti dove spesso lo xilofono è presenza timida; nel modo leggero in cui Barzin pizzica la sua chitarra acustica; nella sua voce calma, vellutata e calda. Grande classe quindi, anche nella cover di Cohen con la quale chiude la prima parte del concerto.
Al rientro l'unico bis concesso è "So much time to call my own". A voler cercare il pelo nell'uovo, avrebbe potuto chiudere con la splendida "Leaving Time", unica vera mancanza in una serata che si avvicina alla perfezione.
scritto da SigurRoS | 17:42 | commenti (4)


martedì, febbraio 17, 2009
 
MANIFESTO DEL DOPOFUTURISMO

1. Noi vogliamo cantare il pericolo dell'amore, la creazione quotidiana dell'energia dolce che mai si disperde.
2. L'ironia, la dolcezza e la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia.
3. L'ideologia e la pubblicità hanno esaltato finora la mobilitazione permanente delle energie produttive e nervose dell'umanità per il profitto e per la guerra, noi vogliamo esaltare la tenerezza il sonno e l'estasi, la frugalità dei bisogni e il piacere dei sensi.
4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza dell'autonomia. Ciascuno ha il suo ritmo e nessuno deve esser costretto a correre a velocità uniforme. Le automobili hanno perduto il fascino della rarità e soprattutto non possono più svolgere il compito per il quale furono concepite. La velocità è diventata lenta. Le automobili sono immobili come tartarughe stupide nel traffico cittadino. Solo la lentezza è veloce.
5. Noi vogliamo cantare l'uomo e la donna che si accarezzano per meglio conoscersi e per meglio conoscere il mondo.
6, Bisogna che il poeta si spenda con calore e prodigalità per
aumentare la potenza dell'intelligenza collettiva e per ridurre il tempo del lavoro salariato.
7. Non vi è più bellezza se non nell'autonomia. Nessuna opera che non esprima l'intelligenza del possibile può essere un capolavoro. La poesia è un ponte gettato sull'abisso del nulla per creare condivisione tra immaginazioni diverse e liberare singolarità.
8. Siamo sul promontorio estremo dei secoli… Dobbiamo assolutamente guardare dietro di noi per ricordare l'abisso di violenza e di orrore che l'aggressività militare e l'ignoranza nazionalista possono in ogni momento scatenare. Viviamo da molto tempo nella religione del tempo uniforme. L'eterna velocità onnipresente è già dietro di noi, nell'Internet, perciò ora possiam dimenticarla per trovare il nostro ritmo singolare.
9. Noi vogliamo ridicolizzare gli idioti che diffondono il discorso di guerra: i fanatici della competizione, i fanatici del dio barbuto che ci incita al massacro, i fanatici terrorizzati della disarmante femminilità che c'è in noi tutti.
10. Vorremmo fare dell'arte forza di cambiamento della vita, vorremmo abolire la separazione tra poesia e comunicazione di massa, vorremmo sottrarre il dominio sui media ai mercanti per consegnarlo ai sapienti e ai poeti.
11. Canteremo le folle che possono infine liberarsi dalla schiavitù del lavoro salariato, canteremo la solidarietà e la rivolta contro lo sfruttamento. Canteremo la rete infinita della conoscenza e dell'invenzione, la tecnologia immateriale che ci libera dalla fatica fisica. Canteremo il cognitario ribelle che si mette in contatto con il proprio corpo. Canteremo l'infinità presente e non avremo più bisogno di futuro.

FONTE QUI
Ottima uscita.
scritto da SigurRoS | 13:26 | commenti (1)


sabato, dicembre 27, 2008
 
Anno di certezze nei nomi e di indecisione sui piazzamenti. I primi due sono vicinissimi, il terzo è inevitabile. Archiviamo e pensiamo già ai primi nomi del 2009 (Barzin, Anthony e Animal Collective). *

1) Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra & Tra-La-La Band - 13 Blues for Thirteen Moons
2) Gregor Samsa - Rest
3) Mogwai - The Hawk is Howling
4) Matt Elliott - Howling songs
5) Portishead - Third
6) Micah P. Hinson - Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra
7) Bon Iver - For Emma, forever ago
8) Parenthetical Girls - Entanglements
9) Notwist - The Devil, You + Me
10) Offlaga Disco Pax - Bachelite

poco fuori(11esimo n-esimo in ordine sparso): beach house - british sea power - the low lows - neil halstead - tv on the radio - damien jurado - evangelista - maybeshewill - hercules and love affair - no age - vic chesnutt - mooncake - this will destroy you - dummo - the magnetic fields - god is an astronaut - mark kozelek - sigur ros - secret shine - balmorhea - scott matthews - deerhunter - david grubbs - vampire weekend - the samuel jackson five - thalia zedek band - the new year

più fuori(n-esimo ex aequo): baustelle - the breeders - bachi da pietra - a weather - joan of arc - le luci della centrale elettrica - sun kil moon - mercury rev - m83 - don turbolento - the drift - r.e.m. - yuppie flu - the lucksmiths - tupolev - girls in hawaii - fleet foxes - the dead science - foals - eric chenaux - okkervil river - xiu xiu - september malevolence - wolf parade - windsor for the derby - fursaxa - ultraviolet makes me sick - her name is calla

dispersi(innamoramento istantaneo, ma poi nulla):
the verve (buon singolo) - ladytron - cut copy - death cab for cutie - los campesinos - school of language - hot chip

meglio dimenticare: conor oberst (ahia) - afterhours(devo proprio..) - vetiver - adem - calexico - times new viking - fujiya&miyagi - we are scientists

non gli ho dato fiducia a priori(potrei pentirmene?): beck - does it offend you, yeah! - bugo

ce li rivedremo di sicuro o quasi (cresci bene che ripasso): for a minor reflection - glasvegas - atlas sound - all the saints

* Disclaimer: chi non c'è è per dimenticanza mia, o perchè non lo ritenevo nemmeno classificabile.
[disco bravo 2008]
Classico Discobravo
scritto da SigurRoS | 15:52 | commenti (9)