martedì, novembre 11, 2008
 
Ti guardo e vedo il vuoto
Tentativi di studio nella facoltà di lettere, Roma3

E: "Oh! Viene Travaglio all'università"
T: "Travaglio? Chi è costui?"
E: "Ma come, non sai chi è Travaglio? Quello che andò da Luttazzi, che sta da Santoro..."
T: "Mh, boh."
(seguono... le classiche espressioni spallettiane con new entry)



E: "Vabè... ti stavo dicendo.. lo stato di natura per Hobbes significa che..."
T: "Guarda che bocce quella!!"


E: "Sì...dunque...Hobbes nega che l'uomo sia per natura un animale politico... che era ciò che diceva Grozio... e quindi..."
T: "Anvedi quella! Je se vedeno le mutande..."



E: "Il Leviatano..ti spiego.."
T: "Pausa caffé?"
E: "Sì... pausa caffé"


scritto da SigurRoS | 22:21 | commenti (8)


sabato, novembre 08, 2008
 
Forgive me please but do repeat what you've said

I Parenthetical Girls tornano a Roma dopo un anno e mezzo e con un nuovo album uscito nel 2008 Entanglements, splendido esempio di pop orchestrale è qualcosa di più che una discreta conferma. Molta era la curiosità circa la sua riproposizione dal vivo.
Intanto il numero dei musicisti sul palco è aumentato da tre a quattro, rispetto alla volta precedente. La violinista-tastierista-tuttofare registra delle note di violino poco prima dell'inizio. Le serviranno a ricreare le sonorità che altrimenti non sarebbe possibile avere: dovrebbe suonare violino, tastiere e xilofono contemporaneamente.
Zac Pennington si guarda spaesato in giro, cercando di prendere le misure al locale. Evidentemente non si era accorto dell'altezza del palco dell'Init. Inizia "Fuor Words" con un balzo di un metro e mezzo che accusa con molta nonchalance.
C'è spazio anche per brani di album precedenti, come la vibrante "I was the dancer" o la magnifica "The weight she fell under" con Zac che canta suonando la batteria in piedi, mentre i ricami melodici dello xilofono danno colore a un incedere splendido. L'avvolgente accoppiata "Avenues of trees"/"Unmentionables" è fra i migliori episodi dell'esibizione, mentre "The Former" ci consegna una Rachael Jensen che dimostra di avere una voce niente male. Peccato che non venga sfruttata eseguendo il duetto con Zac su "Windmills in your mind", piccola mancanza insieme a "Oh daughter-disaster".

Pennington dal canto suo riesce ad accentrare l'attenzione su di sé, facendo dimenticare qualche lieve carenza orchestrale. Sul sito del locale veniva descritto così: "ricorda da un lato la fragilità di Brian Molko, dall’ altro la grinta di Morrissey" che sembra il misto di una checca isterica e un pederasta cinquantenne (tm by Dusk). E' invece semplicemente un ragazzo dal grande talento artistico. La voce sinuosa e le movenze teatrali lo rendono un concentrato di presenza scenica.
Buona parte del concerto la passerà a cantare tra il pubblico, grazie a un lunghissimo filo del microfono. La situazione si fa' surreale quando il suo vagare fra noi lo porta a prendere l'uscita di servizio del locale: la sua voce arriva a noi dalle casse, mentre lui è fuori a vedere le stelle (ci piace immaginare che sia così, anche se il tempo fa schifo) e il gruppo continua ad accompagnarlo dal palco.
Vederlo battere le bacchette della batteria ovunque (per terra, sui muri, sul palco) in una "Stolen Children" semplicemente da brividi è la degna conclusione di un climax che dopo circa un'ora termina. Senza bis, ma si sapeva. Non hanno molto da proporre in queste condizioni, ma sanno ugualmente regalare emozioni uniche.

FOTO:



Video:
Young Echaurists
scritto da SigurRoS | 15:36 | commenti (1)


domenica, ottobre 26, 2008
 
"Io guardo il Grande Fratello anche se fa schifo: è un esperimento sociologico"

Non so se sarei andato alla manifestazione del PD. Poi venerdì arriva la telefonata della segretaria del circolo di zona.
"Vuoi stare sul palco alla manifestazione? Servono dei giovani..."
"No"
"Perchè scusa? Dai!"
"Perchè non sono del PD, semplice"
"Ma lo so, ma che te frega! Dai, vieni... mi servono dei nomi da fare"
dopo 10 minuti di prediche mi strappa un "Vabè..."
Siamo reclutati in quattro, come delle comparse a Cinecittà, in modo che dalle inquadrature e dalle foto si veda che intorno al palco anche il PD abbia dei giovani.
Con questo spirito vado alla manifestazione. Appuntamento alle 14 al Circo Massimo, dobbiamo cercare un tizio a noi sconosciuto. Ci viene dato un PASS. Siamo nell'Area Palco, liberi di pascolare in uno spazio enorme, mentre i militanti sono ammassati dietro delle transenne. In giro vedo politici, giornalisti famosi e non che si aggirano a caccia di interviste. Riesco a evitarli: se parlassi ci sarebbe da ridere.
Vengono distribuite le bandiere ai militanti in modo che il colpo d'occhio televisivo sia impeccabile (e mi pare che ci siano riusciti). Intorno a me arrivano i giovani del PD, anche loro raccomandati, ma che ci credono davvero. Alcuni sono vestiti "eleganti" e ciò contribuisce a sentrmi ulteriormente diverso da loro. Sono ragazzi con il culo parato dai genitori, che ogni tanto giocano a fare queste manifestazioni per sentirsi un po' fuori dagli schemi. Tuttavia non hanno le palle per andare oltre. La gente c'è, è tanta. Ma a me sembra tutto troppo finto.
Dopo Fabrizio Moro, Max Pezzali e l'orchestra di Piazza Vittorio, iniziano i discorsi. Gente che parla a nome di studenti, insegnanti, poliziotti, immigrati si alterna sul palco. Nel frattempo l'organizzazione ci fa salire sul palco. Vogliono che sul palco si vedano dei giovani e noi stiamo lì a fare le belle statuine. Un gruppo di anziane irriducibili, raccomandate anche loro vuole salire a tutti i costi sul palco per essere inquadrati in tv. Il palco non può reggere tutti insieme e qualcuno deve scendere. Le signore si piazzano di peso, manco fossero dei manifestanti che stanno sui binari. Non ci tengo granchè a stare sul palco e dunque le assecondo scendendo volontariamente. Alla fine anche quando arriveranno i "big", le signore saranno lì.

Quando arriva Walter è tutto pronto alla perfezione. Sul palco ci sono tutti: D'Alema, Rutelli, Melandri, Franceschini, Cofferati, Bindi, Chiamparino e gli altri. Tutti sorridenti o quasi. Il segretario del PD percorre la passerella di corsa scortato dalla sicurezza fino ad arrivare sul punto dove poi parlerà. Alle sue spalle, io che ascolto il discorso accanto a Sircana e al trans che s'è portato. Ha un sussulto quando viene nominato Prodi. Rutelli è quello che applaude meno, si diverte a fare le pose perchè è bello.

Il discorso di Walter parte moscio e poi si sveglia. Buoni gli affondi su Berlusconi, buono parlare di antifascismo, di razzismo, della protesta studentesca, di ecologia. Manca l'autocritica su due anni al governo; manca l'autocritica sul fatto che si è stati zitti per tutti questi mesi, senza fare opposizione, al fine di parlare solo in questo evento. Ma è normale: bisogna apparire tutti belli, bellissimi e non c'è tempo per darsi le martellate sui coglioni.
Quando tutto è finito, dei tuoni sinistri annunciano un megatemporale. Noi andiamo dietro insieme a tutti i vip. Ho il tempo di rivolgermi a Rutelli in stile Enrico Lucci: "France', ma quanto te rode er culo che ce potevi sta te la' eh? Però quanto sei bello!" La gente ride.

In conclusione resta da capire quanto un evento mediatico abbia una concretezza politica. Tante belle parole che poi staremo a vedere come si tradurranno nei fatti. Ho l'impressione che il PD non abbia le risposte che cerco, semmai le abbia cercate da loro.
scritto da SigurRoS | 18:33 | commenti (14)


mercoledì, ottobre 22, 2008
 
Our time will come 'cause we are the flood

Parlare degli A Silver Mt Zion tirando in ballo i Godspeed You! Black Emperor è banale, ma spesso è quasi inevitabile, vista la presenza di tre membri comuni nei due progetti. Tuttavia il paragone è riduttivo per entrambe le band e sminuisce la loro unicità.
Oggi solo i primi sono rimasti attivi e vengono portati avanti con pubblicazioni e live. La loro musica è una miscela di post-rock e cantautorato molto personale che li rende delle vere e proprie mosche bianche nel panorama musicale.

Con questi ingredienti tipici di una band di culto, il loro concerto a Roma è già di per sé un evento.
Fanno il loro ingresso nel Circolo in formazione ridotta, poiché sono “soltanto” in cinque: chitarra, basso/contrabasso, batteria, due violini. Le due violiniste suonano scalze e una di loro (l’immensa Sophie Trudeau) ha un tatuaggio sul collo del piede. Dettagli che bastano a trasformare il pubblico delle prime file in un gruppo di accaniti feticisti, per non dire feetgazers.

“1,000,000 died to make this sound” è il primo brano che eseguono, tratto dall’ultimo disco uscito quest’anno. Le parole del titolo sono una litania ripetuta all’infinito, finchè non lasciano spazio all’esplosione delle celestiali melodie portate avanti dai due violini. Su queste, la chitarra distorta di Efrim (bel nome, debbo dire) ha un doppio effetto: a tratti le supporta a tratti le demolisce.

Sicuramente meno formali di ciò che mi aspettavo, visto l’alone di mistero che li ha sempre circondati. Tra una canzone e l’altra Menuck chiacchiera e intrattiene il pubblico, facendo battute. Mostra curiosità riguardo la composizione del pubblico. C’è un simpatico “Alzi la mano chi..” e così guarda quanti sono gli studenti, i lavoratori, gli insegnanti. Un genio dice “We’re musicians” e viene ironicamente invitato a trovarsi un lavoro.
Nell’introduzione di “God bless our dead marines” c’è spazio per la politica, per la guerra e non manca la dedica a Berlusconi. La voce di Efrim vola, mentre gli archi sembrano dei simbolici squilli di tromba e in particolare il contrabasso scandisce un ritmo cupo che incede ossessivo. Come tutti i loro brani, la lunghezza è sinonimo di incredibile varietà di momenti. A chiosa il fantastico coro che recita “When the world is sick can't no one be well? But I dreamt we was all beautiful and strong..”. L’avrò cantata milioni di volte in questi anni e vedere dal vivo le voci che si mescolano in tre controcanti che si inseguono a vicenda è da brividi.
Il rumoroso sitema d’areazione del locale disturba l’atmosfera e viene spento. L’area si fa rarefatta per non dire assente. Ciò contribuisce a rendere tutto più mistico. “Take These Hands And Throw Them In The River” è un ripescaggio abbastanza vecchio, dove ancora si intravedeva una certa influenza dei GY!BE. E’ uno dei pezzi più riusciti della serata. Prima della pausa c’è spazio per un inedito (eseguito spesso dal vivo) dal titolo lunghissimo che viene ridotto a “Metal Bird”. Colgo alcune venature progressive, ma sono piccoli abbozzi in un quadro più ampio e complesso.
“Microphones in the trees” è un finale straziante, con una melodia a là Tiersen elevata al cubo. Le delicate note dei violini trovano la catarsi nel doloroso lamento registrato da Efrim su di un semplice megafono a pile che viene lasciato risuonare fino a quando tutto è immobile.
Salutano e sperano di tornare. Lo speriamo tutti noi.

FOTO (prese da qua)

Video:
Efrim Menuck scherza col pubblico facendo alzare le mani
Take These Hands and Throw Them in the River

scritto da SigurRoS | 01:09 | commenti (9)


giovedì, ottobre 16, 2008
 
Dreaming news


Qualche giorno fa Thom Yorke ha compiuto quarant'anni. Mi sono scordato di fare un post di auguri, ma anche no. Tuttavia glieli faccio ora dando la notizia che i Radiohead già pensano al nuovo album
Intanto si può ascoltaro uno spezzone di un brano inedito, Wake me (before they come).

Radiohead - Wake me (before they come)

EDIT:
Valentina (che non ha un blog, non so come linkarla, ma comunque la ringrazio) mi ha segnalato la collaborazione tra Bjork e Thom Yorke per il pezzo Nattura.
Bjork - Nattura
scritto da SigurRoS | 23:32 | commenti (2)


mercoledì, ottobre 01, 2008
 
Let's just imitate the real until we find a better one

Il concerto di ieri l'aspettavo da anni. Ultimamente i Notwist hanno suonato in Italia più volte, ma li ho sempre persi per strane coincidenze (esami).
Mi rendo conto che in quasi dieci anni ho consumato i loro lavori. I supporti si evolvono (cd, pc, primi lettori mp3 ipod), ma i Notwist sono rimasti costanti all'interno di questi. Buoni per ogni occasione a tal punto che conservo una serie di ricordi di vita quotidiana. I freddi giorni passati a casa a poltrire, un viaggio in treno, camminate a volantinare o ad attacchinare. Molto spesso c'era la voce di Markus Acher ad accompagnarmi.

Parlando della data romana inizio da un aneddoto che mi ha raccontato Simone, circa il giorno precedente a Firenze. Due tizi dietro di lui stavano parlando e uno dice all'altro: "In Germania era nato un gruppo fotocopia dei Notwist, i Lali Puna, ma facevano veramente cagare". Con intenti bellicosi, pronto a sorbirmi le peggiori stronzate di qualche indiefighetto che ha conosciuto i Notwist con l'ultimo album, vado al circolo.
Rimango piacevolmente sorpreso nel trovare un pubblico eterogeneo, con qualche solita faccia nota, ma non i classici abitudinari con le spillette pure sul buco del culo.
La scalettà è perfetta, un misto degli ultimi due dischi.  Neon Golden è il capolavoro universalmente acclamato; The devil, you + me è il loro ritorno dopo sei anni. Inizialmente aveva attratto un po' tutti, suscitando in seguito reazioni un po' freddine. Ora molti lo stanno giustamente rivalutando.
Subito nelle prime battute arriva Pick up the phone. Gretschmann suona con due Wii tra le mani. La cosa mi era stata anticipata, ma vederlo dal vivo ha un discreto fascino. Probabilmente li usa come controller midi mentre si muove come se stesse suonando un theremin.
Questi tedeschi nel live rivelano un "calore" inaspettato. Apparte le forti influenze elettroniche, abbastanza palesi in alcuni intermezzi che oserei definire quasi minimal, la fusione con gli strumenti classici è a dir poco perfetta.
La potenza delle deflagrazioni di Puzzle (tratta da 12) spiazza. Sleep la segue riportando la calma. La varietà di emozioni che i fratelli Acher possono suscitare è molto ampia. Buoni per ogni occasione, si diceva.
Superata la metà dell'esibizione si raggiunge l'apice con il mantra di Neon Golden che sfocia in una splendida versione di Pilot. Sui pezzi noti la gente canta, ma è un coretto discreto, quasi piacevole. Sarà che è un pubblico discreto o forse sarà che non sono poi molti a concere i testi dei Notwist.
Si torna per un bis con un trittico che ne ha per tutti: One with the freaks e tutti saltellano; Chemicals è per quelli della prima ora; infine il singolo Good Lies. Vanno via e già comincio a rimpiangere una grande mancanza. E invece no: tornano e attaccano Consequence. Ora ci sono tutte, sì. A chiudere una tenera Gone gone gone accennata lievemente ormai coperta dal delirio.
Leave me paralyzed, love. Leave me hypnotized, love.
..
scritto da SigurRoS | 13:51 | commenti (3)


giovedì, settembre 18, 2008
 
Memory

Ciò che segue è molto più che un banale articolo sportivo. E' lungo, ma merita

Federer il mutante e il segreto del tennis perfetto

(Repubblica — 03 settembre 2006 pagina 42 sezione: DOMENICALE )

Quasi tutti quelli che amano il tennis e seguono i tornei maschili in televisione avranno sperimentato, negli ultimi anni, uno di quelli che potrebbero essere definiti “Federer Moments”.
Ci sono delle volte, quando guardi giocare il giovane tennista svizzero, in cui la mascella scende giù, gli occhi si proiettano in avanti ed emetti suoni che inducono il coniuge nell’ altra stanza a venire a vedere se ti è successo qualcosa. Questi Federer Moments sono ancora più intensi se hai abbastanza esperienza diretta di gioco da comprendere l’ impossibilità di quanto gli hai appena visto fare. Tutti possiamo citare qualche esempio.
Questo è uno. Finale dello US Open 2005, Federer contro Agassi, siamo all’ inizio del quarto set, Federer ha il servizio. C’ è uno scambio piuttosto lungo di colpi da fondocampo, con il caratteristico andamento a farfalla del tennis da picchiatori che predomina ai giorni nostri, con Federer e Agassi impegnati ognuno dei due a far correre l’ avversario da un lato all’ altro del campo, cercando di trovare il colpo vincente, fino a quando, improvvisamente, Agassi tira fuori un potente rovescio incrociato che costringe Federer a decentrarsi alla sua sinistra: ci arriva, in allungamento col rovescio, ma il tiro esce corto e tagliato, mezzo metro oltre la linea di battuta, una di quelle situazioni in cui Agassi va a nozze, e mentre Federer si scalmana per cambiare direzione e recuperare la posizione centrale, Agassi si fa sotto per prendere la palla corta di controbalzo e la scaglia con forza nello stesso angolo di prima, per cercare di prendere Federer in contropiede, e in effetti ci riesce: Federer è ancora vicino all’ angolo, ma sta correndo verso il centro, e la palla ora è diretta verso un punto dietro di lui, dove stava appena un attimo fa, e non c’ è tempo di girare il corpo, e Agassi segue il colpo scendendo a rete sul rovescio, ed ecco che Federer, non si sa come, riesce a invertire istantaneamente la spinta, arretra di tre o quattro passi quasi saltellando, a velocità impossibile, e colpisce la palla di diritto sul suo lato di rovescio, con tutto il peso spostato all’ indietro, e quel diritto è un topspin lungolinea da urlo, e Agassi, sceso a rete, si protende per cercare di intercettarlo, ma la palla lo supera, corre lungo la linea e va a atterrare esattamente sull’ angolo destro del campo di Agassi, conquistando il punto, con Federer che ancora sta danzando all’ indietro quando la palla tocca terra.
E poi segue quel consueto, breve secondo di silenzio attonito prima che la folla newyorchese esploda, e in tv John McEnroe, con il suo auricolare da commentatore in testa, che dice (più che altro a se stesso, sembra): «Come ha fatto a far punto da quella posizione?». E ha ragione: considerando la posizione di Agassi e la sua straordinaria velocità, Federer doveva indirizzare la palla dentro un corridoio largo cinque centimetri se voleva superarlo, ed è quello che ha fatto, muovendosi all’ indietro, senza tempo per preparare il colpo, e senza poter sfruttare il peso del corpo per imprimergli potenza. Era impossibile. Era una roba alla Matrix.
Non so che razza di suoni siano usciti dalla mia bocca, ma la mia consorte dice di essere accorsa nella stanza e di aver trovato il divano pieno di popcorn e il sottoscritto in ginocchio, con gli occhi che sembravano quelli finti a palla che si trovano nei negozi di cianfrusaglie. Questo è un esempio di Federer Moment, ed era solo in tivù, e la verità è che il tennis in tivù sta al tennis dal vivo più o meno come il video porno sta alla realtà percepita dell’ amore umano.
Giornalisticamente parlando, non ho notizie succose da offrirvi su Roger Federer. A venticinque anni è il miglior tennista vivente. Forse il migliore di tutti i tempi. Biografie e profili si sprecano. Il programma di informazione della Cbs, 60 Minutes, gli ha dedicato una puntata lo scorso anno. Tutto quello che volete sapere su mister Roger N. M. I. Federer, il suo passato, la sua città natale in Svizzera, Basilea, il modo assennato e disinteressato con cui i genitori hanno sostenuto il suo talento, la sua carriera tennistica giovanile, i suoi iniziali problemi di fragilità e carattere, il suo amato allenatore delle giovanili, la morte accidentale di quell’ allenatore, nel 2002, che lo ha al tempo stesso annichilito e temprato e lo ha aiutato a diventare quello che è oggi, i trentanove titoli conquistati finora in singolo nella sua carriera, gli otto titoli del Grande Slam, l’ attaccamento, insolito per costanza e maturità, alla sua ragazza, che lo segue nei suoi viaggi (nel circuito maschile è una cosa rara) e gestisce i suoi affari (nel circuito maschile è una cosa mai sentita), il suo stoicismo di altri tempi e la sua solidità mentale e la sua bella sportività e la sua generale, evidente modestia e la sua meditata e filantropica prodigalità: è tutto a portata di Google. Rimboccatevi le maniche.
Il presente articolo vuole descrivere il modo in cui Federer viene sperimentato da uno spettatore, e il contesto in cui ciò avviene. La tesi specifica è la seguente: se non avete mai visto il ragazzo giocare dal vivo, e poi lo andate a vedere, di persona, sul sacro manto erboso di Wimbledon, in mezzo a un caldo letteralmente disidratante, seguito da vento e pioggia come nell’ edizione di quest’ anno, allora siete il soggetto ideale per sperimentare quella che uno degli autisti dei pulmini riservati alla stampa durante il torneo descrive come «un’ esperienza che rasenta lo spirituale».
La bellezza non è l’ obbiettivo degli sport di competizione, ma lo sport di alto livello è uno degli ambiti in cui la bellezza umana ha le maggiori probabilità di esprimersi. Il rapporto è più o meno quello che intercorre fra il coraggio e la guerra. La bellezza umana di cui parliamo in questa sede è una bellezza di tipo particolare: la potremmo chiamare bellezza cinetica. La sua forza e il suo fascino sono universali. Non ha niente a che vedere con il sesso o i modelli culturali. Sembra legata, in realtà, alla riconciliazione degli esseri umani con il fatto di avere un corpo. Naturalmente, negli sport maschili nessuno parla mai di bellezza o di grazia del corpo. Gli uomini possono professare il loro “amore” per lo sport, ma questo amore deve sempre essere casto e rappresentato secondo la simbologia della guerra: eliminazione contro avanzamento, gerarchia del rango e della classifica, ossessione per le statistiche, analisi tecniche, fervore tribale e/o nazionalista, uniformi, masse rumoreggianti, striscioni, gente che si batte il petto, facce dipinte, ecc. Per ragioni non per tutti evidenti, i codici espressivi della guerra dalla maggior parte di noi sono considerati più sicuri dei codici espressivi dell’ amore.
Magari la pensate così anche voi, e in questo caso il mesomorfico e marzialissimo spagnolo Rafael Nadal è l’ uomo-uomo che fa per voi, con la manica tirata su a mostrare il bicipite e le autoesortazioni in stile teatro Kabuki. E per di più, Nadal è la nemesi di Federer nonché sorpresa dell’ anno a Wimbledon, dato che è uno specialista della terra battuta e nessuno si aspettava di vederlo andare più avanti dei primi turni. Mentre Federer, dal primo turno alle semifinali, non ha offerto la minima sorpresa o la minima suspense competitiva.
Ha surclassato ogni avversario con tale eclatante superiorità che stampa e televisione si preoccupavano che i suoi match, troppo noiosi, non riuscissero a tener testa al fervore nazionalista dei Mondiali di calcio. Ma la finale del 9 luglio è il sogno di chiunque. Nadal contro Federer è un replay della finale del Roland Garros del mese prima, vinta da Nadal. Federer, in tutto l’ anno, aveva perso appena quattro partite, ma sempre contro Nadal.
E si aggiunga che Nadal aveva adattato il suo stile di gioco terragnolo all’ erba, avvicinandosi più alla linea di fondo per i tiri da fondocampo, potenziando il servizio e superando la sua allergia alla rete. Al terzo turno, ha praticamente sventrato Agassi. Nella finale di quest’ anno va in scena il fascino della vendetta, la dinamica re-contro-regicida, il contrasto stridente fra i caratteri. Il machismo passionale dell’ Europa del sud contro la contorta, clinica abilità artistica di quella del nord. Apollo e Dioniso. Scalpello e mannaia. Destrorso e mancino. Numero uno e numero due al mondo. Nadal, l’ uomo che ha spinto fino alle estreme conseguenze il tennis moderno tutto potenza e fondocampo, contro un uomo che ha trasfigurato questo tennis medesimo, eccezionale sia per precisione e varietà sia per ritmo e rapidità, ma che può essere incredibilmente vulnerabile, o intimidito, di fronte al primo.
Un giornalista sportivo britannico, eccitatissimo insieme ai suoi colleghi in tribuna stampa, ripete due volte: «Sarà una guerra». La bellezza di un grande atleta è quasi impossibile da descrivere in modo diretto. O da evocare. Il diritto di Federer è una grande frusta liquida, il suo rovescio a una mano può diventare piatto, carico di effetto o tagliato, tagliato con una spinta tale che la palla cambia forma nell’ aria e schizza sull’ erba ad altezza caviglia. Il suo servizio ha una velocità e un livello di precisione e varietà tale che nessun altro riesce ad avvicinarcisi; quando serve, il suo movimento è sinuoso e diseccentrico, distinguibile (in tivù) solo da un particolare schiocco tipo anguilla che coinvolge tutto il corpo al momento dell’ impatto. La sua capacità di anticipazione, il suo senso del campo, sono di un altro pianeta, e il suo gioco di gambe non ha eguali nel mondo del tennis (da bambino, era anche un calciatore prodigio).
Tutto questo è vero, eppure niente di tutto ciò spiega veramente qualcosa, niente evoca l’ esperienza di guardare quest’ uomo che gioca. Di testimoniare, in prima persona, la bellezza e la genialità del suo gioco. Ti devi avvicinare all’ essenza estetica per vie indirette, girarci intorno, o come faceva San Tommaso d’ Aquino col suo ineffabile soggetto di studio, cercare di definirlo dicendo ciò che non è. Esistono tre tipi di spiegazioni valide per dar conto dell’ ascendente di Federer. Una ha a che fare con il mistero e la metafisica ed è, ritengo, quella che più si avvicina alla realtà. Le altre sono più tecniche e più praticabili per un testo giornalistico. La spiegazione metafisica è che Roger Federer è uno di quei rari, soprannaturali atleti che sembrano essere esentati, almeno in parte, da certe leggi della fisica.
Esempi analoghi sono quelli di Michael Jordan, che oltre a riuscire a saltare ad altezze disumane era capace di rimanere sospeso in aria un istante o due di più di quanto consentito dalla forza di gravità, e Muhammad Ali, che riusciva a “galleggiare” sul ring e a mettere a segno due o tre diretti nel tempo necessario per assestarne uno. Dal 1960 a oggi di altri esempi del genere ce n’ è forse una mezza dozzina. E Federer appartiene a questa categoria, una categoria che si potrebbe chiamare geni, mutanti o incarnazioni divine. Non è mai in affanno o sbilanciato. La palla che si avvicina rimane sospesa, per lui, una frazione di secondo in più di quanto dovrebbe.
I suoi movimenti sono sinuosi, più che atletici. Come Ali, Jordan, Maradona e Wayne Gretzky sembra essere al tempo stesso meno solido e più solido degli uomini che affronta. Specialmente nel completo bianco che Wimbledon ancora ama imporre ai partecipanti, Federer appare quello che forse (secondo me) è: una creatura dal corpo fatto sia di carne sia, in un modo o nell’ altro, di luce. Questa storia della palla che con spirito collaborativo rimane sospesa lì, rallentando, come se fosse suscettibile al volere dell’ elvetico: la metafisica sta qui. Qui e nel seguente aneddoto.
Dopo la semifinale del 7 luglio in cui Federer ha distrutto Jonas Bjorkman - non semplicemente battuto, distrutto - e subito prima della rituale conferenza stampa post-partita in cui Bjorkman, che è amico di Federer, dice di essere contento di «aver avuto un posto in prima fila» per vedere lo svizzero «giocare il tennis più vicino alla perfezione che si possa immaginare», Federer e Bjorkman chiacchierano e scherzano fra di loro, e lo svedese gli chiede se la palla quel giorno per lui era più grande del solito, visto come aveva giocato, e Federer gli conferma che «era grande quanto una palla da bowling o da basket». Per Federer era solo un modo modesto e scherzoso di consolare Bjorkman, per confermargli che anche lui era sorpreso dalla qualità del gioco espresso quel giorno; ma è anche una battuta rivelatrice di quello che è il tennis per lui. Immaginate di essere una persona con riflessi, coordinazione e velocità soprannaturali, e di giocare a tennis ad alti livelli. Giocando, non vi sembrerà di possedere dei riflessi e una velocità fuori dal comune; vi sembrerà invece che la palla sia grande, che si muova lentamente e che avete tutto il tempo che volete per colpirla. In altre parole, non proverete niente di simile alla velocità e all’ abilità (empiricamente reali) che vi attribuirà il pubblico dal vivo, guardando le palline muoversi a una velocità tale da diventare indistinte masse sibilanti. La velocità è solo un elemento. Ora passiamo al tecnico.
Il tennis spesso è definito un «gioco di centimetri», ma è un luogo comune che prende come punto di riferimento più che altro il punto in cui atterra la pallina. Se il punto di riferimento è il giocatore che colpisce la palla in arrivo, allora il tennis è più correttamente un gioco di micron: cambiamenti tanto sottili da essere quasi inesistenti riguardo al momento dell’ impatto, avranno ripercussioni considerevoli sulla direzione e la traiettoria della palla. Lo stesso principio spiega perché la minima imprecisione quando si mira a un bersaglio con un fucile farà sbagliare il tiro, con un bersaglio sufficientemente lontano. Per illustrare la tesi, rallentiamo il tutto.
Immaginate di essere un giocatore di tennis, posizionato appena dietro la linea di fondo sull’ angolo destro. L’ avversario vi serve una palla sul diritto, voi ruotate in modo che il vostro fianco sia sulla traiettoria della palla in arrivo, e cominciate a portare indietro la racchetta per effettuare la risposta di diritto. Continuate a visualizzare il punto in cui vi trovate quando siete a metà del movimento: la palla ora è all’ altezza del fianco più avanzato, a una quindicina di centimetri dal punto di impatto. Consideriamo alcune delle variabili implicate. Sull’ asse verticale, cambiare l’ angolo di inclinazione della testa della racchetta di un paio di gradi soltanto produrrà rispettivamente un topspin o un colpo di taglio; mantenendola perpendicolare, verrà fuori un diritto piatto, senza effetto. Orizzontalmente, spostare anche di pochissimo a sinistra o a destra la testa della racchetta, e colpire la palla un millisecondo prima o dopo farà la differenza tra una risposta incrociata e un lungolinea.
Ulteriori, piccole modifiche nella curva del movimento del vostro colpo da fondocampo e dell’ accompagnamento del colpo contribuiranno a determinare se la palla supererà la rete a una distanza lontana o vicina dal bordo della medesima, e questo, insieme alla velocità del colpo (e a certe caratteristiche dell’ effetto che imprimete alla palla) determinerà la profondità della risposta, l’ altezza del rimbalzo, ecc.
Queste, naturalmente, sono solo le distinzioni di massima: per esempio, c’ è la distinzione tra topspin potente e topspin morbido, o quella fra colpo incrociato da un angolo all’ altro del campo e colpo incrociato appena accennato, e così via. E poi c’ è anche la questione della distanza a cui consenti alla palla di avvicinarsi al tuo corpo, della presa che usi, di quanto pieghi le ginocchia e/o di quanto porti avanti il peso, se sei in grado o meno di guardare la palla e simultaneamente vedere cosa sta facendo il tuo avversario dopo aver servito. Anche tutte queste cose contano. E in più c’ è il fatto che non stai mettendo in moto un oggetto statico, stai invertendo la traiettoria e (in varia misura) l’ effetto di un proiettile che arriva verso di te, a una velocità, nel caso del tennis professionistico, tale da rendere impossibile un pensiero cosciente.
Il servizio di Mario Ancic, ad esempio, spesso viaggia a una velocità intorno ai 210 chilometri orari. Considerando che dalla linea di fondocampo di Ancic alla vostra intercorre una distanza di poco meno di 24 metri, questo significa che il suo servizio impiega 0,41 secondi per arrivare fino a voi. è meno del tempo necessario per battere le ciglia due volte, rapidamente. La conclusione è che il tennis professionistico comporta intervalli di tempo troppo brevi per agire in modo deliberato. Da un punto di vista temporale, siamo piuttosto nel raggio d’ azione dei riflessi, reazioni esclusivamente fisiche, che bypassano il pensiero cosciente. E ciononostante, rispondere a un servizio in modo efficace dipende da un ampio insieme di decisioni e aggiustamenti fisici molto più consapevoli e intenzionali di un battito di ciglia, del sobbalzo che facciamo quando qualcosa ci spaventa, ecc. Per riuscire a rispondere con efficacia a un servizio potente ci vuole quello che qualcuno chiama “senso cinestetico”, che significa la capacità di controllare il corpo e le sue estensioni artificiali tramite un sistema complesso e molto rapido di compiti.
La nostra lingua ha un vasto campionario di termini per descrivere i vari elementi di questa capacità: percezione, tocco, forma, propriocezione, coordinamento, coordinamento occhio-mano, cinestesia, grazia, controllo, riflessi, e via elencando. Per i giovani tennisti promettenti, l’ obbiettivo principale dei durissimi programmi di allenamento quotidiani di cui si sente parlare è affinare il senso cinestetico.
Siamo sul 2-1 per Nadal nel secondo set della finale, e lo spagnolo è al servizio. Federer ha vinto il primo set lasciando l’ avversario a zero, ma poi ha avuto un leggero calo, come a volte gli succede, e si è trovato subito sotto di un break. Siamo ai vantaggi, è avanti Nadal, un punto con 16 tocchi. Rispetto a Parigi, le battute di Nadal sono molto più veloci, e in questo caso serve centrale. Federer tiene a galla la palla con un diritto morbido alto: può permetterselo perché Nadal non scende mai a rete dopo il servizio.
Lo spagnolo effettua un tipico diritto potente in topspin, con palla indirizzata in profondità sul rovescio di Federer; Federer replica con un rovescio in topspin ancora più potente, quasi un colpo da terra battuta. Nadal è preso di sorpresa ed è costretto ad arretrare leggermente e risponde con una palla corta, bassa e tesa, che atterra appena oltre la T della linea di battuta, sul diritto di Federer. Contro qualsiasi altro avversario, più o meno, Federer su una palla del genere potrebbe semplicemente chiudere il punto, ma una delle ragioni per cui Nadal lo mette tanto in difficoltà è che è più veloce degli altri, può arrivare su palle su cui gli altri non arrivano: e quindi Federer in questo caso si limita a incrociare di diritto, piatto e di forza media, cercando, più che il colpo vincente, una palla bassa e non troppo angolata, che costringe Nadal a salire decentrandosi sul lato destro, quello di rovescio per lui. Nadal effettua un rovescio lungolinea in corsa; Federer, sempre di rovescio, restituisce la palla tagliata con un backspin, sulle stessa linea, lenta e fluttuante, costringendo Nadal a tornare nello stesso punto. Nadal rimanda la palla indietro tagliandola - e siamo a tre colpi lungo la stessa linea - e Federer a sua volta gliela rimanda indietro, sempre tagliata e sempre nello stesso punto, questa volta ancora più lenta e più fluttuante, e Nadal pianta i piedi per terra e spara un violento rovescio a due mani in lungolinea sempre sullo stesso lato, è come se ormai lo spagnolo avesse piantato le tende sul suo lato destro: non cerca più di tornare indietro al centro della linea di fondo tra un colpo e l’ altro, Federer lo ha come ipnotizzato.
Ora lo svizzero tira fuori un rovescio in topspin, profondo e violentissimo, di quelli che fanno sibilare la palla, in un punto leggermente spostato sulla sinistra di Nadal: Nadal ci arriva e spara un diritto incrociato; Federer risponde con un rovescio incrociato ancora più forte e potente sulla linea di fondo, talmente veloce che Nadal deve colpire di diritto all’ altezza del piede di appoggio e poi correre verso il centro mentre la palla atterra a mezzo metro circa da Federer, di nuovo sul rovescio. Federer fa un passo avanti e confeziona un altro rovescio incrociato, ma completamente diverso, molto più corto e angolato, un angolo che nessuno avrebbe previsto, e talmente potente e carico di effetto che atterra corto, appena al di qua della linea laterale, schizzando via dopo il rimbalzo, e Nadal non può avanzare per intercettare il tiro e non può arrivarci lateralmente sulla linea di fondo, a causa dell’ angolazione e dell’ effetto: fine del punto. è un punto spettacolare, un Federer Moment: ma guardandolo dal vivo, ti rendi conto che è anche un punto che Federer ha cominciato a costruire quattro o cinque colpi prima.
Tutto quello che è avvenuto dopo quel primo lungolinea tagliato è stato progettato dalla svizzero per abbindolare Nadal, cullarlo e poi spezzargli il ritmo e l’ equilibrio aprendosi quell’ ultimo, inimmaginabile angolo, un angolo che sarebbe stato impossibile senza un topspin estremo. Federer non ha niente da invidiare a Lendl e ad Agassi quanto a potenza dei colpi, si solleva da terra quando colpisce ed è capace di colpire da fondocampo con una potenza che nemmeno Nadal. La raffinatezza, il tocco e la classe non sono morti nell’ era del tennis dei picchiatori. Perché ora, nel 2006, siamo ancora nell’ era del tennis dei picchiatori: e Roger Federer è un picchiatore di prima categoria, uno dei più agguerriti.
Il fatto è semplicemente che lui non è soltanto questo. è anche la sua intelligenza, la sua capacità occulta di anticipare gli eventi, il suo senso del campo, la sua capacità di interpretare e manipolare gli avversari, di mescolare effetto e velocità, di sviare e mascherare, di usare capacità di visione tattica, vista periferica e gamma cinestetica invece della semplice potenza meccanica, e tutto questo ha messo in mostra i limiti, e le possibilità, del tennis maschile così come viene giocato oggi.
Roger Federer sta dimostrando che la velocità e la potenza del tennis professionistico odierno sono semplicemente lo scheletro, non la carne. Federer, in senso figurato e in senso letterale, ha reincarnato il tennis maschile, e per la prima volta da anni il futuro di questo sport è imprevedibile.

DAVID FOSTER WALLACE
Copyright New York Times Magazine
(Traduzione di Fabio Galimberti)

scritto da SigurRoS | 00:48 | commenti (2)


venerdì, settembre 12, 2008
 
Allo specchio

V: "signora, come le spiegavo.. se lei fa il contratto con noi risparmia 4 euro mensili rispetto all'attuale spesa sul pacchetto sky"
M: "Beh, è buono... siamo sicuri? Non è che c'è la fregatura?"
V: "No, tranquilla signora... non si preoccupi"
M: "Dovrei leggermi il contratto però..."
V: "Purtroppo non abbiamo la possibilità di ricontattarla, se non accetta perde la priorità acquisita..."
M: "Proviamo..."

E: "Scusa.. ci sono dei costi d'attivazione?"
V: "Ehm... sì... sarebbero 49 euro"
E: "Non ti facciamo perdere tempo, non interessa allora"

V: "Per caso cerchi lavoro o conosci qualcuno? La nostra azienda cerca collaboratori: è una buona opportunità di guadagno!"
E: "No, guarda.. vengo da un anno e mezzo di call center..."
V: "Ah, come mai hai smesso.."
E: "Mi sono disilluso.. Quante attivazioni hai fatto finora nel palazzo?"
V: "Nessuna, siete i primi che aprono"
E: "E' un palazzo di vecchi di merda, buona fortuna"
V: "Ciao"
scritto da SigurRoS | 18:12 | commenti (2)


domenica, luglio 27, 2008
 
Scotland's Pride

Torna il Soundlabs, festival che ogni anno guadagna sempre più credibilità grazie a scelte di cast ineccepibili. La prima sera aveva come headliner i Blonde Redhead, preceduti da Micah P. Hinson. E' un peccato lo so, ma me li sono persi. La seconda sera rappresentava, nell'unica data italiana dei Mogwai, un evento imperdibile.

La giornata in quel di Roseto non inizia molto bene. Arriviamo per le 18.30 e bivacchiamo intorno allo stadio, fino all'apertura. Apprendiamo da un cartello in biglietteria che Lightspeed Champion ha dato buca ed è stato rimpiazzato con gli svizzeri Peter Kernel riciclati dall'Opening Party del 24 luglio.
Mentre aspettiamo all'entrata, fa il suo ingresso trionfale un carabiniere dell'unità cinofila accompagnato dal fido Rex. Leggo il terrore nello sguardo dei presenti. Da non fumatore, non capisco l'utilità di un cane antidroga a un festival. O forse sì, la capisco. Tuttavia pericolo scampato per tutti (così pare): il cane passa in mezzo, senza annusare nessuno.

Siamo fra i primi in fila quando aprono. I controlli dei carabinieri sono rigidi, ai limiti del ridicolo. Le bottigliette di plastica vengono fatte entrare senza tappo. La mia bottiglia dei Radiohead, non può passare. Porto all'attenzione del carabiniere una serie di argomenti: è paradossale che una bottiglia comprata a un concerto, non venga fatta entrare a un altro concerto; con quello che l'ho pagata, col cazzo che la tiro in testa a qualcuno; faccio presente che non è una partita di calcio, anche se siamo in uno stadio. Sarebbero argomenti convincenti per chiunque, ma non per chi ha l'elasticità mentale di un sanpietrino. A quel punto faccio dell'ironia (mi autoaccuso di essere il famigerato Unabomber, dico che la bottiglia è una potente arma di distruzione di massa) che non viene capita, ma neanche ci speravo. Il tizio si limita a guardarmi male. Ok, poso la bottiglia in macchina e supero il primo controllo.
Già, il primo. Perchè il secondo è da violazione dei diritti umani. Accanto ai carabinieri una camionetta della croce rossa, fa test con etilometro e antidoping come se fossimo al Tour de France. Un tizio davanti a me viene portato dentro e risulta positivo. Squalifica di due anni.
A me invece tocca la visita urologica non richiesta. Poi mi aprono il portafoglio e scoprono tasche della mia borsa che neanche sapevo esistessero. Anche la pizza col salame viene scoperchiata per paura che ci possa infilare una pistola.

Per l'inizio dei Peter Kernel siamo in prima fila. Brevi e piacevoli o forse piacevoli perchè brevi. Non lo so, ma non importa. Gli Enon propongono un set più lungo e di grande energia. John Schmersal si dimena sul palco e fa delle facce stupende. Toko, la bassista è stata più volte accostata a Kazu dei Blonde Redhead, dal punto di vista vocale. Credo per il semplice fatto che sia giapponese e abbia militato nei Blonde Redhead in passato. Purtroppo i volumi sono un po' a cazzo di cane e le voci sono puntualmente coperte dagli strumenti. E' una scelta stilistica? Mi piace convincermi di questa cazzata.

Gli Offlaga ormai li vedo più di mia madre (quindi quasi quanto Simone). Per la brevità richiesta dall'occasione, alcuni brani che preferisco rimangono fuori: Cioccato IACP e Venti minuti in particolare. Mi sarei accontentato di una delle due. Scaletta equilibrata fra i due album, con cinque pezzi a testa. Anche stavolta faccio mia una Cinnamon. Niente lancio di Tantranky, poichè anche questa canzone non viene eseguita. Collini è abbastanza scazzato per colpa di qualche problema tecnico, credo di spie. Va bene così.

Dopo un cambiopalco interminabile, nel quale vengono provate 500 chitarre, salgono i Mogwai.
Iniziano con The precipice, brano che sarà sul nuovo disco "The Hawk is Howling" in uscita a settembre. E' un riscaldamento dove le chitarre incedono e Stuart si limita inizialmente a picchiare con la bacchetta sulla sua Telecaster per poi accodarsi agli altri fino a superarli nel finale.
Pezzi nuovi (6 in totale) e classici si alternano perfettamente seguendo la facile legge matematica del 1:1. Così è la volta di Friend of The Night e per il mio compagno di viaggio il concerto potrebbe finire anche qui. Thank You Space Expert è un'altra anteprima. Molto tenera, con le chitarre che si "aprono" seguendo il filo conduttore melodico di una sorta di carillon (xilofono). Summer fa le prove tecniche di accelerazione.
Un giro straziante di organo caratterizza Scotland's Shame, rimanendo a farla da padrone anche sui ricami deflagranti di Braithwaite. Insomma, da quanto stiamo ascoltando questo disco sarà un capolavoro. L'accoppiata I'm Jim Morrison, I'm dead/Hunted by a freak chiude una prima parte splendida, dove sono i toni cupi a prevalere.
Nella seconda gli scozzesi regalano una devastante Like Herod seguita da Batcat (singolo nuovo). E' la tempesta prima del quieto (ma non troppo) finale. Stuart al basso + Dominic alla chitarra = Helicon 1. 2 rights make 1 wrong si chiude con vocoder sognante (dovevo dirlo) e chitarra che invece riprende le linee iniziali di questo. La miglior versione live che mi sia capitato di vedere.
Chiude We're no here. Un'ora e mezza. Niente "bis". Non ce n'è bisogno.

Angolo multimediale
FOTO:

Video: (ne aggiungerò)
scritto da SigurRoS | 16:02 | commenti (8)


domenica, luglio 13, 2008
 
Og ég fæ blóðnasir en ég stend alltaf upp (se vabè..)

La prima tappa del tour italiano dei Sigur Ros era Firenze. La cornice del Giardino di Boboli prometteva bene. Invece, si è trattato soltanto di una banalissima arena costruita per l'occasione, mentre il palco copriva tutto ciò che vi era intorno.
A fare da spalla non più le Amiina, bensì Helgi Jonsson che segue il gruppo nei fiati. Intermezzo godibile di cantautorato a la Damien Rice, per intenderci.
La scenografia è costituita da una serie di palle trasparenti di varie dimensioni che sembrano galleggiare sullo sfondo nero. Non v'è traccia del mitico velo che apriva e chiudeva l'esibizione della band islandese con dei fantastici giochi di luci e ombre. E' un segnale del fatto che i nuovi Sigur Ros stanno abbandonando la cupezza (semmai l'avessero avuta) che li aveva caratterizzati precedentemente.
Gli altri riferimenti sono puramente musicali. C'è un nuovo disco, che prosegue l'evoluzione di Takk. A sorpresa non viene eseguito molto dal vivo (4-5 pezzi). La scaletta è infatti bilanciata fra Agaetis Byrjun, Takk e l'impronunciabile Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust. A conferma di un percorso più luminoso e movimentato vi è la quasi totale l'esclusione di ( ), fatta eccezione per la conclusiva untitled #8.

L'inizio è affidato al classico Svefn-g-englar ed è un tripudio di "tjùùùù" nella platea. Jonsi da subito prova di essere in stato di grazia vocalmente, tenendo le note per momenti interminabili. La gente applaude coprendo un po' la splendida voce. Noi puristi dovremmo storcere la bocca, ma ammettiamo che è davvero difficile non battere le mani.
Glosoli è la prima esplosione che toglie il fiato, mentre su Se Lest fa la prima incursione sul palco la sezione fiati che ormai è (per fortuna) una presenza stabile ad accompagnare il gruppo insieme al quartetto d'archi Amiina.
E i fiati cominciano a fare la loro parte già nella successiva Ny batterì, dove all'inizio sorreggono Jonsi che si dimena con l'archetto sulla chitarra per poi sovrastarlo quasi nel tripudio finale. Fin qui si assiste a un classico concerto dei Sigur Ros, quasi come se non avessero dischi da promuovere.
Vid Spilum Endalaust è il primo estratto della loro ultima fatica ad essere eseguito dal vivo. Allegra, breve, ritmata (sempre nell'accezione sigurrosiana del termine). E' il via al primo momento gioioso del concerto, che prosegue giustamente con Hoppipolla e la coda Med Blodnasir. La band invita il pubblico di cantare. Viene assecondata solo da qualcuno delle prime file. Purtroppo, buona parte del pubblico è costituita da mummie sulla cinquantina che pensavano di andare a vedere Fiorella Mannoia. Ci pensa un classico come Olsen olsen a destarli dal loro torpore.
Il cantato in hopelandic che regge il pezzo successivo fa pensare che si tratti di Festival. Manca del tutto il crescendo finale di basso/batteria. No, non è una versione mutilata. E' semplicemente
Gitardjamm brano che si trova nel dvd Heima.
La seconda parte della serata dunque inizia al rallentatore, con
Godan Daginn e Fljotavik. Il compito di risvegliare tutti è affidato a Saeglopur. E' un risveglio dolce, come la splendida conclusione degli archi. A fare da contrasto il basso "bacchettato" di Hafssol, nella splendida rilettura live che da qualche anno propongono. E quando il caos si arresta, rimane solo il flauto di Kjartan.
Gobbledigook è lo strano singolo estratto di recente. Jonsi invita al battimani collettivo e stavolta rispondono tutti. La delicatezza della sua voce e la tribalità del ritmo sono opposti e banalmente si attraggono. Nel delirio vari elementi della sezione fiati sparano coriandoli in aria a sancire la fine di una gran bella festa, mentre tutti escono dal palco.
Il rientro avviene per la devastante untitled #8. Il pubblico che era rimasto in piedi su
Gobbledigook ora si accalca verso il palco, come un qualsiasi concerto dove non vi sono posti numerati. La potenza di questo pezzo conclusivo è incredibile, grazie ai fiati (dei tuttofare) che diventano tamburi e iniziano a picchiare insieme alla batteria di Orri.
E' un finale già visto, che lascia sempre a bocca aperta. La gente applaude con tutto quello che può, piedi compresi. Tornano sul palco tutti una prima volta, a fare il bagno di folla. La gente vuole sentirli ancora. Si limitano a uscire sul palco di nuovo, solamente loro quattro, per altri applausi.
Qualche problema tecnico di troppo, soprattutto con l'organo, regalano un'esibizione buona, ma non la migliore che io ricordi.

Angolo Multimediale (post in progress):
- FOTO: Ringrazio Alessio-Stikkiubonnie che mi ha spedito un cd con le foto che ha scattato. Metto qui le più belle. Direi che si possa scomodare la parola "arte"
 
- AUDIO: Bootleg Sigur Ros @ Florence 11-07-08
- VIDEO:
- Sven-g-Englar
- Hafssol
-
Gobbledigook


Il giorno seguente è la volta di Roma, alla Cavea dell'Auditorium. Tre anni fa' vennero a presentare Takk e fu stupendo, nonostante non avessi dei posti buoni.
Questa volta siedo in quinta fila del parterre. Il buon Helgi Jonsson inizia prima rispetto alla data fiorentina. Me lo rivedo volentieri.
Non mi aspettavo grandi stravolgimenti nella scaletta. I Sigur Ros non sono i Radiohead da questo punto di vista. Tuttavia qualcosa avevano tralasciato nel giorno prima. Questo qualcosa era principalmente Viðrar vel til loftárása.
Iniziamo col dire che è semplicemente un concerto indimenticabile. Un notevole contributo viene dato da fattori di contorno: l'acustica perfetta della cavea; problemi tecnici praticamente zero; il temuto pubblico romano e del sud (molto caloroso) si è mostrato disciplinato come non mai.
Gli applausi su Svefn-g-englar mi avevano fatto preparare al peggio. La prima parte è dunque dal punto di vista della scaletta identica a Firenze. La qualità è però decisamente superiore per i fattori elencati prima. Assisto con un sorriso compiaciuto a 100 denti allo stupore della gente sull'ingresso della banda in Se Lest.
Viðrar vel til loftárása da il via alla parte "slow" leggermente più estesa. E sulla pausa di silenzio arriva il momento della verità sul pubblico. Qualche timido applauso viene zittito prontamente. Attimi interminabili. La miglior Viðrar che io abbia mai visto in Italia.
Dopo Saeglopur c'è spazio per un'altra novità ossia Inní Mér Syngur Vitleysingur, fra i migliori brani del disco uscito a giugno. Su Hafssol Jonsi rompe l'archetto in due parti, tanta è la foga con cui si dimena.
Anche a Roma Gobbledigook crea una tale euforia che la situazione ordinata da "teatro" va a farsi fottere.
Sotto al palco per la conclusione di Untitled #8 con un povero roadie costretto a tenere ferma a mano la batteria di Orri per gran parte del brano.
E' il loro concerto definitivo.
Di nuovo fanno dentro/fuori dal backstage per prendersi delle meritate ovazioni.
Guardando il foglio della scaletta, noto che avrebbero potuto concludere con All Right. Peccato? Chi se ne frega.

Angolo Multimediale (post in progress)
FOTO: (ce ne sono altre stupende sulla pagina di lastfm-flickr)

AUDIO: Bootleg Sigur Ros @ Rome 12-07-08
VIDEO:
- Glosoli
- Se Lest (occhio all'ingresso della "Banda")
- Gobbledigook
- Untitled #8
scritto da SigurRoS | 23:03 | commenti (9)